Il rapporto tra Paganini e Parma è privilegiato: in una lettera la definisce come “...novella mia patria adottiva...“. Il nome di Parma si trova abbinato a Paganini per la prima volta in un avviso pubblicato sulla Gazzetta di Genova il 25 luglio 1795: Venerdì prossimo venturo vi sarà Accademia nel Teatro di S. Agostino. Questa verrà data da Nicolò Paganini Genovese giovinetto…Avendo Egli determinato di portarsi a Parma per perfezionarsi nella sua professione sotto la direzione del rinominato Professore Sig. Rolla…. Quindi, intorno alla fine del 1795, a soli dodici anni, il piccolo violinista insieme al padre giunse a Parma. Si presume che nella città ducale, Paganini si guadagnò il primo violino, un Guarnieri, forse il famoso “cannone” che alla sua morte donò al comune di Genova. Il pittore Antonio Pasini, proprietario dello strumento, gli disse, in occasione di un loro incontro, presentandogli uno spartito: “Se sonate a prima vista questo concerto di violino, vi do questo istrumento...“, naturalmente Paganini lo suonò senza difficoltà e vinse la scommessa. Certamente fece ritorno nella nostra città nel 1811: “...Ove la sera del 9 agosto fece restare statico con la sua arte il vasto uditorio…“.

Niccolo Paganini01  monumento funebre paganini

Nel 1814 Paganini in compagnia di una donna, Angelina Cavanna, passò Novi Ligure, Tortona, Piacenza e Parma dove visse insieme a lei per sei mesi. Fu a causa di questo viaggio che il violinista venne condannato e addirittura arrestato per “aver allontanato Angelina dalla casa paterna, averla condotta seco sino a Parma… “, come cita la sentenza. A Parma portò un’altra donna, una tale Carolina Banchieri di Napoli, ma se ne liberò presto, come scrive in una lettera del 17 novembre 1821: “... e perciò me ne liberai dopo quattro giorni che mi parvero quattro anni...“.  Il violinista si fermò nella città di Maria Luigia sino alla primavera del 1822 per riprendersi da un improvviso intensificarsi dei suoi mali, quindi ripartì a metà aprile per Milano. Dalla primavera del 1822 all’autunno 1834 fu il periodo più lungo di assenza da Parma. Furono anni che lo videro dominare le platee di tutta Europa, ottenendo lodi e onorificenze dai monarchi, riuscendo a sostenere anche oltre centocinquanta concerti in dodici mesi. Fu un periodo intenso di viaggi, di concerti ma anche di problemi familiari derivati dall’impegno di padre verso il piccolo Achille nato a Palermo nel 1825. Intorno al 1830 cominciarono le lunghe e laboriose trattative curate dall’avvocato Germi per acquistare una villa a Gaione nei pressi di Parma. La tenuta apparteneva al conte Giuseppe Castellinard e Paganini la acquistò il 9 aprile del 1833. Il genio genovese così si esprimeva al Germi da Londra in una lettera dell’aprile 1833: “... la gioia che provo in trovarmi possessore della villa Gaione è indescrivibile...”. Nel settembre del 1834, dopo essere stato a Genova da parenti ed amici, partì alla volta di Gaione, dove era desideroso di vedere la nuova villa. Il 25 ottobre venne poi ricevuto dalla Duchessa. Immediatamente gli fu proposto di suonare: “Paganini ha suonato! jeri sera, quattro pezzi. Somma folla, sorpresa somma, soddisfazione somma, applausi e tante chiamate tanto da stancarlo, come gli avvenne dovunque si è fatto sentire...”, in questo modo esprimeva il successo della serata la Gazzetta di Parma del 15 novembre. A Parma si profilerà l’inizio di una nuova carriera per il violinista: Capo Direttore della musica dell’Orchestra Ducale. Maria Luigia il 1° novembre 1835, infatti, firmava il decreto di nomina di Nicolò Paganini quale membro della Commissione dell’Orchestra Ducale.  Il celebre violinista riuscì a portare la compagine strumentale all’ammirazione degli altri stati italiani, tanto da poter affermare: “...L’orchestra, sebbene non anche completa, pure a quest’ora è la migliore dell’Italia...”. Già nei primi giorni di novembre il violinista aveva scritto una prima bozza del progetto di riforma dell’Orchestra ducale. Egli fin da subito svolse l’incarico richiestogli con grande impegno e serietà, sapendo anche che l’attività concertistica giungeva, pian piano, al termine, considerate le sue precarie condizioni di salute.  L’arrivo di Paganini alla guida dell’orchestra aveva già fatto incominciare una piccola rivoluzione sia nei metodi di esercizio, sia nella selezione degli strumentisti: desiderava, sistemare l’orchestra eliminando gli elementi troppo anziani che non erano in grado di svolgere dignitosamente il servizio che veniva loro richiesto. Il 12 dicembre 1835, genetliaco della sovrana, debuttava, dunque, l’orchestra guidata dal genio genovese, eseguendo le difficili sinfonie del Guglielmo Tell di Rossini e del  Fidelio di Beethoven. “... Le mie due sinfonie...da me dirette il 12 a Corte, fecero fanatismo; e rimasero convinti intorno alla direzione di un maestro. Stupisci!...”. Paganini si esprimeva entusiasticamente sul concerto da lui diretto, in poco tempo era riuscito a dare una svolta alla compagine ducale. Il violinista, però, desiderava avere maggiori poteri per riorganizzare meglio l’orchestra, avvertiva, infatti che molte influenze vi erano ancora intorno che destabilizzavano la situazione. Giungevano già al Sanvitale, Gran Ciambellano di corte, le proteste dei violinisti esclusi, chiedendo addirittura l’intervento di Maria Luigia. La duchessa era, invece, finalmente soddisfatta dell’orchestra e non poteva desiderare di meglio che affidarla totalmente alle esperte mani di Paganini. Per i suoi grandi meriti Maria Luigia, il 3 gennaio, gli conferiva l’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Paganini però, desiderava comunicare con la duchessa per avere consigli e per avere il consenso sulla proposta di Regolamento che stava elaborando, ma la corte cominciava ad essere distante. Paganini in una lettera del 3 maggio, esprimeva così il suo giudizio su Parma: “... questa fottutissima città, piena di nobiltà ignorante ed imbecille; ed è un peccato che possiedano una sovrana tanto eccelsa e di un buonissimo cuore; peccato però che manchi di memoria ....”. Il 10 giugno la corte con Maria Luigia lasciava Parma per andare a Vienna. Per Paganini tutto era perduto, l’ultima speranza era svanita con la partenza della duchessa. Il Regolamento dell’Orchestra Ducale di Paganini presentava un nuovo modo di concepire l’orchestra ma soprattutto le funzioni del suo direttore. Era un modello ancora lontano dalla vigente mentalità italiana di primo ottocento. Paganini elaborò il suo progetto con grande impegno, ma esso era troppo rivoluzionario per il piccolo Ducato di Parma, il quale non aveva una classe borghese come forza egemone in grado di appoggiarlo. Infatti. commise l’errore di introdurre un modello, nato nei paesi d’Europa grazie al potere borghese, in uno Stato dominato ancora dagli aristocratici. La chiusa ed ottusa corte trovò naturalmente troppo ambizioso ed inutile il lavoro del violinista. Il Regolamento, quindi non venne approvato, ma non fu un fallimento in quanto l’avvento di Paganini creò una vitalità nuova nell’orchestra, la quale venne poi rilanciata ulteriormente dall’ottima direzione del De Giovanni e negli anni successivi dal bolognese Giulio Cesare Ferrarini e dal fidentino Giovanni Rossi. Paganini tornò a Parma solo da morto, nel 1876, dopo 36 anni di peregrinazione alla ricerca della definitiva sepoltura.

 

Niccolò Paganini