Il violino di Paganini che esercita un potere sì magico sugli uomini, non ne ha nessuno sul tempo, il quale fu pessimo tutta la giornata e specialmente ieri. Ma che importa! Il desiderio di sentirlo era tale che ad onta della pioggia dirotta il concorso fu immenso […] Paganini ha ora adottato di suonare a memoria. Si presenta, si piazza in mezzo solo col suo violino (e lo diresti un Apollo), e ad interessare, a sorprendere, a rapire, non ha egli nemmeno bisogno di tutte le quattro corde del suo istromento: con una sola, colla più bassa, la più dura, la più sorda, insomma, colla quarta corda, balla, dirige la numerosa orchestra, tu credi di sentire ora un flauto, or una chitarra insieme e un violino, ora un violoncello, e perfino la voce umana […] Quando siffatte cose eseguiva chi lo chiamava un mago, chi un demonio, chi un angelo; i più moderati, un mostro, un portento.

La “Gazzetta di Genova” recensiva in questo modo i concerti genovesi di Paganini del 14 e del 21 maggio 1822 eseguiti al Teatro Falcone. Tante altre erano le lodi e le critiche entusiaste di fronte a questo genio; in ogni teatro lasciava ammirazione e stupore. Il 5 aprile 1828 l’“Allegemeine Theaterzeitung” scriveva:

Paganini tratta il proprio strumento in maniera tutta sua, e per questo neppure i migliori violinisti possono rendersi conto di ciò che egli riesce ad ottenere […] Analizzare la sua esecuzione è praticamente impossibile, né potrebbero servire ripetuti ascolti. Egli supera le più incredibili difficoltà con una intonazione perfetta; nelle sue mani il suo violino suona più efficace e più commovente della voce umana. La sua anima ardente penetra ogni cuore, e ogni cantante potrebbe imparare moltissimo da lui. Ma queste affermazioni sono del tutto insufficienti ad esprimere l’impressione che si prova quando egli suona. Bisogna ascoltarlo ripetutamente per credere.

Il fervore che si creava intorno a lui era incredibile e molti gli dedicavano addirittura dei versi; era un grande personaggio, un istrione, un attore e chiunque lo incontrava ne rimaneva estasiato. La sua straordinaria bravura, mai vista fino ad allora, alimentava le leggende che facevano di lui un demonio. Heinrich Heine in un suo scritto ricordava che il pittore Ludwig Peter August Burmeister, in arte Lyser, autore di un ritratto di Paganini e di altri disegni, gli disse in proposito che era stato guidato dal diavolo. Heine, inoltre, scriveva di una storia riferitagli:

Una volta che stavamo dinnanzi al Padiglione dell’Alster, il giorno in cui Paganini vi dava il suo primo concerto: – Sì, caro amico, è vero ciò che tutti dicono, che egli si è venduto al diavolo, per diventare il più grande violinista del mondo e guadagnar milioni col suo strumento, e prima di tutto venir fuori dalla galera maledetta, dove è stato chiuso anni e anni […] Perché, vedete caro amico, quando era Maestro di Cappella a Lucca egli si innamorò di una principessa di teatro, si ingelosì di un piccolo abate qualunque, divenne forse ‘cocu’, pugnalò, da buon italiano, la sua infedele amata, fu messo in galera a Genova e, come ho detto, alla fine si vendette al diavolo per liberarsi e diventare il più grande violinista del mondo, e per spillarci stasera due talleri a testa.

Paganini, astutamente, conoscendo il valore pubblicitario delle tante dicerie sul suo conto, accentuava il suo aspetto demoniaco e coltivava un’aura di mistero attorno a sé; la gente semplice giungeva addirittura a farsi il segno della Croce quando lo incontrava. Fin da giovanissimo aveva puntato al successo, tenendo in grande considerazione il suo rapporto con il pubblico: dopo il fiasco di Ferrara e l’indifferenza di Torino era sempre stato più attento a scegliere il luogo e il momento più favorevole. In una lettera all’amico violoncellista Gaetano Ciandelli così gli consigliava per ottenere la fama:

La mala fortuna taluni se la creano senza volere, ed è dato a pochissimi di vincerla alla costanza; e affidarsi a Dio senza fare di più è cosa pericolosa perché Dio ci vuole industriosi. Convien dunque nel nostro mestier, ad un principiante mostrarsi attivissimo, e disinvolto, procurarsi raccomandazioni in tempo, far molte scale ed ove occorre, quando si possa senza viltà, inghiottire il rospo; convien prevedere gl’inciampi e scandagliar destramente per evitare le trappole di tanti galantuomini coi quali si è sempre a contatto. In due parole non basta saper suonare, ma bisogna sapersi produrre nel mondo, che è quanto a dir sapere vivere.

Estremamente astuto e pratico nel gestire la sua carriera usava molti espedienti per sbalordire il pubblico: eseguiva composizioni a prima vista con la parte capovolta come è successo con un quartetto di Mozart; usava anche indumenti strani come la giacca color giallo sull’abito nero indossata a un ricevimento dato dall’avvocato conte Perucchini in suo onore. Un episodio divertente è riportato dal Garassini:

Talora piacevasi il Paganini di mettere a posto un presuntuoso; e se questi fosse stato degli amici d’oltre Alpe, uno straniero burbanzoso, gongolava di poter rintuzzare quell’inessicabil vena di vanità e di superbie. Una sera un di costoro suonava a competenza con lui un difficil pezzo di Tedesco indiavolato. Lo eseguiva, non c’è che dire, con singolare maestria; ma, cessato il suono, guastò ogni pregio con la jattanza, dicendo all’Italiano: – ‘Voilà comme on joue à Paris’ –. Paganini zittì; ma venuta la sua volta nel sonare, strappò dal leggio la musica non ancora vista e ve la capovolse. Poi mise mano a suonare con quella guida tedesca a ritroso; e quei muti segni arrovesciati pigliavano dalla sua destra vita e forma sì pellegrine che il francese penò di molto a chiuder la chiostra dei denti. Quando lo scoppio degli applausi frenetici lasciò via alla voce, il Paganini sussurrava di rimbecco nell’orecchio del vantatore, queste parole: – ‘Voilà comme on joue en Paradis’ .

Paganini fu un veicolo straordinario del passaggio dal classicismo al romanticismo, il suo virtuosismo non era più fine a se stesso, ma parte integrante di una nuova struttura armonica, soprattutto egli incarnò il mito romantico libero dalle convenzioni settecentesche, mosso da grandi passioni e amante della diversità. Il suo bisogno irrefrenabile di libertà, dopo una giovinezza vissuta nella costrizione di esercitarsi continuamente con il violino, presente anche nei suoi rapporti sentimentali, ne fece un nomade sganciato da ogni mecenatismo. Era quell’io senza leggi, indipendente dal pensiero corrente della società e della morale tradizionale a cui aspirava il mondo romantico. Al contrario però dei romantici non rivelava mai ideali che trascendevano i tre soli amori fondamentali: la sua musica, il figlio e Genova. Era comunque un uomo contradditorio: a volte appariva diffidente o credulo, altre scostante o cordiale, realista o illuso, taccagno o generoso, interessato o disinteressato, enigmatico o saggio, indipendente o desideroso di legarsi al servizio di una corte. Pietro Berri, il famoso biografo del violinista, così lo definisce: “Figura, quindi, dalla complessa personalità, ma certamente vittima e schiava del suo genio”. Rileva in lui anche atteggiamenti d’un byronismo deteriore, che aggiungono una nota decisamente patologica alla sua sconcertante personalità di eroe romantico, malato d’egotismo. Un grande orecchio musicale, uno straordinario talento e anche una particolare struttura corporea come l’asimmetria delle spalle, con il braccio destro che sembrava più lungo del sinistro, la mano con un’eccezionale distensione facevano in modo che Paganini divenisse il virtuoso che aprì la nuova era della musica strumentale.

Il Maestro ligure era un fenomeno e tutti lo volevano ascoltare. Schubert, allora molto povero, sfruttò l’incasso di un suo concerto per pagare il biglietto che gli desse l’opportunità di assistere a un’esecuzione di Paganini e un’altra volta per ascoltarlo si fece prestare i soldi. Il compositore viennese ribadì più volte l’ammirazione per il violinista, affermando tra l’altro che una persona così non sarebbe più ritornata al mondo. Hector Berlioz che ebbe rapporti molto stretti con Paganini scrisse:

appartiene a quella schiera di artisti dei quali si deve dire sono perché sono e non perché altri vennero prima di loro. Sfortunatamente egli non ha potuto trasmettere ai suoi predecessori la scintilla che animava e rendeva “simpatici” questi fulminei prodigi della tecnica. Si serve l’idea, si disegna la forma, ma non si può fissare il senso dell’esecuzione; è inafferrabile, è il genio, l’anima, la fiamma vitale che sprigionandosi lascia dietro di sé tenebre che sono tanto più profonde quanto più essa fiamma ha brillato di maggiore splendore.

Insieme a Berlioz, Paganini potrà avere l’opportunità di veder nascere un nuovo modo di concepire l’orchestra. L’autore della Symphonie Fantastique, considerata un caposaldo della musica sinfonica, è l’orchestratore per eccellenza. Le conoscenze che ricaverà da Berlioz, le terrà in considerazione nel futuro, quando avrà l’incarico a Parma della direzione dell’Orchestra Ducale. La vita di questo celebre violinista fu anche travagliata e ricca di sofferenze provocate da una salute che lo destabilizzava parecchio. In cerca sempre di un po’ di tranquillità e pace, non riuscirà a trovarle nemmeno dopo la morte. Alla notizia della sua scomparsa Liszt scrisse:

Paganini è morto. In lui si spegne uno di quegli spiriti potenti che la natura sembra aver fretta di richiamare a sé: con lui scompare un fenomeno unico nella sfera dell’arte. Il suo genio non conobbe né maestri né eguali e fu così grande che non saprebbe neppure avere imitatori; sulle orme ch’egli lascia dietro di sé nessuno cammina; il suo nome è di quelli che si pronunciano soli. Lo splendore senz’ombra della sua fama, la regolarità senza spartizione che l’opinione gli decretò da vivo, l’immensa distanza ch’essa stabilisce fra lui e quelli che aspirarono a seguirlo, sono cose che, senza dubbio, non si sono mai prodotte a tal punto in alcun destino d’artista, e si volle spiegare un genio inesplicabile con fatti più inesplicabili ancora. Pace alla sua memoria. Egli era grande. E sappiamo noi a quale prezzo la grandezza è data all’uomo?

 

saggio di Niccolò Paganini, tratto da "Note di una vita sopra le righe", MUP Editore 2014